2 gennaio 2009

Vendesi compagnia aerea, affarone

Segnalo un sommario dei costi relativi alle vicende Alitalia-Cai tracciato da Tito Boeri su Repubblica, secondo il quale i costi per il paese si aggirano intorno ai 4 miliardi, sommando i debiti della bad company, le spese correnti degli ultimi dieci mesi di incertezza, il prestito ponte ormai a fondo perduto, e gli ammortizzatori sociali per i dipendenti tagliati.

Se dal lato economico sembra chiaro che la soluzione Cai non fosse la più vantaggiosa, anche dal punto di vista morale e della difesa dell’hub lombardo non sono stati raggiunti gli obiettivi dichiarati. La tanto desiderata italianità della compagnia di bandiera è già un ricordo, visto che ora Airfrance-Klm con il 25% delle azioni dovrebbe essere l’azionista di maggioranza. Vengono inoltre sollevati allarmi sulla sorte di Malpensa da parte del presidente della provincia di Milano.

Volendo fare un riassunto, se non ricordo male, vendendo la compagnia direttamente ad Airfrance quando vi era una trattativa con il precedente governo i tre miliardi di debito di Alitalia sarebbero stati addebitati all’acquirente, il numero di esuberi sarebbe stato minore, probabilmente ci sarebbero stati meno disservizi negli ultimi mesi, la situazione di Malpensa sarebbe stata la stessa, e non si sarebbe instaurato un monopolio sulla rotta italiana più redditizia, ossia la Milano-Roma. In cambio Airfrance avrebbe avuto la totalità delle quote della compagnia aerea, e non so se ci sia tanta differenza con l’essere il socio di maggioranza, nonchè l’unico che abbia idea di come si gestisce quel particolare business.

Ma per far questo sarebbe servita lungimiranza da parte dei sindacati e delle forze politiche che erano destinate a vincere le elezioni, evidentemente invece è venuta a mancare, troppo presi com’erano a sfruttare la situazione per fingersi propagandisticamente paladini dei lavoratori, dell’italianità e del nord.

30 dicembre 2007

E un hub nel nord-est no?

Un noto politico lombardo, pochi giorni fa, nel corso di un’intervista ha posto l’interrogativo fondamentale sulla complessa questione della cessione di Alitalia. La domanda si può riassumere così “Possibile che un ipotetico dirigente milanese per andare a New York per lavoro sia costretto a far scalo a Parigi?”. Immagino che possa sembrare un problema irrisolvibile visto dal punto di vista di una persona secondo la quale l’ombelico del mondo è Milano, ma se tutti ragionassero così ogni città dotata di un aeroporto e di un discreto bacino d’utenza avrebbe diritto ai suoi voli intercontinentali.

Come già fatto notare anche sui media tradizionali è pratica comune in Europa avere un hub internazionale per nazione: Parigi in Francia, Londra nel Regno Unito, e così via. Non vedo così inaccettabile l’idea di averne uno solo anche in Italia, e Roma non credo che sia una scelta errata. La capitale di fatto è geograficamente al centro del territorio nazionale, e questo rende l’eventuale hub facilmente raggiungibile dagli aeroporti secondari. Inoltre essendo orientato verso il meridione dell’europa contribuirebbe maggiormente a distribuire in maniera logica la rete di hub del nuovo gruppo formato da Air France, KLM e Alitalia. Sull’adeguatezza delle strutture tra Malpensa e Fiumicino non posso far confronti, ma da quel che ne so Malpensa, pur essendo nuovo e ben attrezzato, non brilla nei collegamenti con il territorio circostante.

Toccato l’aspetto regionale della discussione bisogna passare a dare un’occhiata alle due offerte. Prima di tutto c’è da considerare il fatto che Alitalia è un’azienda in costante e pesante perdita da lungo tempo, e che l’esperienza ha insegnato che il risanamento è impossibile fintanto che rimane in mani statali. Pertanto la cessione della società dal punto di vista economico è auspicabile a prescindere dall’ammontare dell’offerta economica dei due contendenti. La decisione va fatta valutando le prospettive future, scegliendo il gruppo industriale che garantisce maggior solidità. E personalmente ritengo più affidabile il duo formato da Air France e KLM, che già hanno dimostrato di saper essere produttive ed efficienti su quel mercato specifico, piuttosto di dover sperare in una compagnia low cost che prova a fare il salto di qualità sopportata finanziariamente dalle banche.

Per quanto riguarda il personale cito un conoscente che ha lavorato per qualche tempo in un aeroporto del nord Italia. Disse: “Hai presente il programma umoristico “Piloti” che trasmettono sulla rai, quello con Bertolino e Max Tortora? I piloti Alitalia sono uguali.” Sarà necessario probabilmente per i dipendenti adeguarsi agli standard di lavoro richiesti da una compagnia aerea normale, e presumo che questo porterà nuovi scioperi e disservizi, per non parlare poi dei tagli all’organico che porteranno alla mobilitazione dei sindati e alle polemiche.

Di fatto il bivio è tra il risanare la compagnia compiendo scelte difficili, o il rinviare il problema continuando a parlare di italianità, a rimaner sotto il ricatto dei sindacati e a ripianar i debiti della società con soldi pubblici.

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sono a Brescia da mezza giornata e già vorrei scappare.. 2 days ago

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