Ad un dibattito organizzato da Altroconsumo alla camera sulla legislazione per internet, Gabriella Carlucci si è rivolta, con una misura degna del suo livello politico e dando una chiara idea della sua padronanza degli argomenti sui quali pretende di legiferare, al moderatore, il giornalista Alessandro Gilioli, augurandogli letteralmente che “appena suo figlio avrà accesso a facebook venga intercettato dai un pedofili”.
Il problema non è a questo punto che lei ed i suoi simili, come il famoso D’Alia, non capiscano nulla nè della rete, nè delle sue implicazioni sociali. Il problema è che sono arroganti e che non hanno la minima intenzione di mettere in discussione il loro punto di vista.
Sottolineo che su internet l’anonimato non esiste, tutte le attività sono associate ad indirizzi ip attraverso i quali la polizia postale se lo ritiene necessario può risalire all’utente. Quindi provvedimenti come l’abolire i nickname e l’anonimato servirebbero solamente a dissuadere dalla libertà di espressione.
Tornando al parallelismo tra reale ed internet, e considerando il caso di insulti rivolti ad una persona (ipotizziamo la signora Carlucci, che afferma di passare gran parte del suo tempo alla Polizia Postale per identificare chi l’insulta su internet, come se non avessero cose più importanti da fare).
Se per strada qualcuno mi insulta (ammesso che sia reato) non ho alcun diritto di pretendere le sue generalità, a meno di non far intervenire qualche pubblico ufficiale il quale ha la facoltà di chiedere i documenti per identificare una persona.
Allo stesso modo su internet se qualcuno scrive qualcosa su di un blog o di un forum lascia un indirizzo ip associato al suo intervento, in base a questo ip per fortuna un cittadino non ha modo di risalire al suo indirizzo di casa e al suo nome e cognome, ma se lo ritiene necessario può denunciarlo alla Polizia Postale che si occuperà della cosa.
Quindi tutte le teorie sul fatto che i reati su internet non siano punibili son storie che van bene per convincere la massa che magari non conosce bene il funzionamento della rete, ma non hanno alcun fondamento tecnico.
Costringere le persone ad identificarsi con nome e cognome reali, e rilasciare le proprie generalità pubblicamente in ogni loro attività su internet, nella vita sociale di tutti i giorni sarebbe equivalente ad obbligare a tutti di tatuarsi sulla fronte i propri dati anagrafici, eventualità che considererei maggiormente degna di un regime fascista che di una democrazia.

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