Non vorrei sembrare un po’ troppo pignolo, tuttavia sento la necessità di dar il mio contributo affinchè non vengano utilizzati termini errati nell’uso quotidiano della lingua italiana.
Sul dizionario De Mauro Paravia il termine censura è così definito:
“controllo esercitato da un’autorità civile o religiosa su pubblicazioni, spettacoli, mezzi di informazione, per adeguarli ai principi della legge, di una religione o di una dottrina morale: c. repressiva | l’ufficio dei funzionari che provvedono a tale controllo”
In questi giorni il termine censura è stato associato ad un ometto buffo che gira in strambi e costosi abiti con un numeroso seguito. Costui recentemente con molta nonchalanche si esibisce in dotte dissertazioni su vari temi, non disdegnandosi di ricordare a quanti, politici e non, siano seguaci della fede che rappresenta, che sarebbe il caso di agire in modo che le sue idee divengano legge. Questa persona tra l’altro per i fedeli che rappresenta, che a parole sono la maggioranza in questo paese, dovrebbe essere dogmaticamente infallibile quando parla di questioni riguardanti la morale e la religione.
Questa sua infallibilità di certo non la lesina pur di salvarci dal nostro relativismo. E così negli ultimi tempi si è dato da fare per impedire la ricerca sulle cellule staminali, per impedire la creazione di forme di tutela per quelle persone che intendono stare assieme in forme diverse dal classico matrimonio, per combattere tesi scientifiche come l’evoluzionismo e propagandare il creazionismo, per cercar di far affossare la legge sull’aborto frutto delle lotte femministe dei decenni passati, e così via. Periodicamente inoltre ci ha donato il suo parere su questioni come il processo a Galileo e la religione islamica, ma da uomo acculturato com’è l’ha fatto citando altri pensatori, sia mai che gli si possa attribuir direttamente una frase che ha suscitato un vespaio, in fin dei conti è molto più comodo così.
Il suddetto ometto buffo è stato invitato dal Rettore dell’Università la Sapienza di Roma all’inaugurazione dell’anno accademico, dove avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis, tuttavia alcuni docenti dell’università non hanno apprezzato l’idea e hanno scritto una lettera al signor Renato Guarini. Si sono svolte conseguentemente delle proteste da parte degli studenti dell’ateneo, e l’oggetto del contendere ha colto l’occasione per martirizzarsi e rinunciare spontaneamente alla sua lectio per motivi d’immagine. Dopo un paio di giorni circolava già il testo di quello che sarebbe stato il suo intervento, peccato che nessuno abbia sollevato il dubbio su quando sia stato effettivamente scritto, se prima e o dopo la manifestazione. Il giorno dell’inaugurazione un po’ tutti hanno comunque manifestato, i ciellini in aula sopportavano stoicamente in silenzio ed imbavagliati i giusti dolori inferti dal loro cilicio, i rappresentanti di azione giovani facevano cagnara nel cortile, gli altri son stati lasciati fuori.
Questa almeno è l’idea che mi sono fatto degli avvenimenti, cercando a fatica di far ordine nei fiumi di parole sprecati dal giornalismo di bassa lega che impera sui media italiani.
La mia prima considerazione è che il termine censura è stato usato a caso, visto che nessuno ha impedito al Papa di partecipare all’evento, se per motivi d’immagine preferisce evitare la contestazione o meglio ancora far la figura del martire che non può parlare sono fatti suoi. I docenti che hanno scritto quella lettera avevano il suo stesso diritto di esprimere la loro opinione, e quanti hanno manifestato ne avevano diritto quanto le persone che hanno partecipato al family day, per dirne una. Ma la censura è proprio un’altra cosa.
La seconda è che per quanto nei principi avessero ragione quanti hanno espresso il loro disagio in vista della visita papale, nella pratica tutto questo è stato abilmente plasmato dai grandi mezzi d’informazione ed è tornato indietro come un discreto danno d’immagine per il movimento laico. Guardando da un’altra prospettiva Ratzinger e la sua cricca si sono dimostrati estremamente abili nello sfruttare la situazione a loro vantaggio.
Infine ho l’impressione che la società italiana, pur avendo perso gran parte dell’osservanza religiosa, e in generale della sua religiosità, si sia dimostrata ancora abbastanza legata alla sua tradizione religiosa. Mi par di vedere una gran massa di persone bigotte per abitudine o per principio, salvo poi comportarsi secondo ben basse morali in privato. L’atteggiamento dei media poi mi è sembrato alquanto fazioso e provinciale.
A volte vorrei vivere in uno stato diverso, ed uno dei motivi è l’eccessivo peso che viene dato alla religione e alla chiesa in Italia. Alla faccia della modernità e del terzo millennio.
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