31 dicembre 2007
Giusto per essere chiaro io odio il natale ed il capodanno. In quanto ateo immagino di non poter capire il lato religioso del natale, quel che resta è un insieme di tradizioni comuni e speculazioni commerciali che poco mi attirano. Peggio ancora il capodanno, che non ha nemmeno la scusa di essere una ricorrenza religiosa (per chi ci crede).
Per non parlare di quelle masse di persone che in questi giorni si trasformano in piccoli artificieri, e in quest’improvvisa ispirazione pirotecnica si mettono a far esplodere petardi iniziando ore prima della fatidica mezzanotte. Non si rendono forse conto che i principali risultati della loro opera sono il terrore tra gli animali, l’esaurimento nervoso dei vicini e un incremento dell’inquinamento acustico.
Dalle parti di Napoli agli effetti negativi dei festeggiamenti per la fine dell’anno si aggiunge il rischio di incendiare i cumuli di rifiuti accumulati lungo le strade. Perchè giustamente discariche ed inceneritori non li vogliono, ma non disdegnano ogni tanto di dar fuoco all’immondizia che trovano per strada. Mi domando anche come facciano a metter da parte tanti rifiuti, e per quale motivo vi sia un simile problema da tanti anni, anche se forse il mio punto di vista è un po’ distorto visto che vivo in un comune che ricicla oltre il 70% dei suoi scarti e che ha tolto dalle strade i cassonetti. L’impressione è che si tratti in parte di un problema “culturale” della zona, e lo dico controvoglia non essendo certo un simpatizzante di Calderoli e compagnia.
Tags: natale, rifiuti, vacanze
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30 dicembre 2007
Un noto politico lombardo, pochi giorni fa, nel corso di un’intervista ha posto l’interrogativo fondamentale sulla complessa questione della cessione di Alitalia. La domanda si può riassumere così “Possibile che un ipotetico dirigente milanese per andare a New York per lavoro sia costretto a far scalo a Parigi?”. Immagino che possa sembrare un problema irrisolvibile visto dal punto di vista di una persona secondo la quale l’ombelico del mondo è Milano, ma se tutti ragionassero così ogni città dotata di un aeroporto e di un discreto bacino d’utenza avrebbe diritto ai suoi voli intercontinentali.
Come già fatto notare anche sui media tradizionali è pratica comune in Europa avere un hub internazionale per nazione: Parigi in Francia, Londra nel Regno Unito, e così via. Non vedo così inaccettabile l’idea di averne uno solo anche in Italia, e Roma non credo che sia una scelta errata. La capitale di fatto è geograficamente al centro del territorio nazionale, e questo rende l’eventuale hub facilmente raggiungibile dagli aeroporti secondari. Inoltre essendo orientato verso il meridione dell’europa contribuirebbe maggiormente a distribuire in maniera logica la rete di hub del nuovo gruppo formato da Air France, KLM e Alitalia. Sull’adeguatezza delle strutture tra Malpensa e Fiumicino non posso far confronti, ma da quel che ne so Malpensa, pur essendo nuovo e ben attrezzato, non brilla nei collegamenti con il territorio circostante.
Toccato l’aspetto regionale della discussione bisogna passare a dare un’occhiata alle due offerte. Prima di tutto c’è da considerare il fatto che Alitalia è un’azienda in costante e pesante perdita da lungo tempo, e che l’esperienza ha insegnato che il risanamento è impossibile fintanto che rimane in mani statali. Pertanto la cessione della società dal punto di vista economico è auspicabile a prescindere dall’ammontare dell’offerta economica dei due contendenti. La decisione va fatta valutando le prospettive future, scegliendo il gruppo industriale che garantisce maggior solidità. E personalmente ritengo più affidabile il duo formato da Air France e KLM, che già hanno dimostrato di saper essere produttive ed efficienti su quel mercato specifico, piuttosto di dover sperare in una compagnia low cost che prova a fare il salto di qualità sopportata finanziariamente dalle banche.
Per quanto riguarda il personale cito un conoscente che ha lavorato per qualche tempo in un aeroporto del nord Italia. Disse: “Hai presente il programma umoristico “Piloti” che trasmettono sulla rai, quello con Bertolino e Max Tortora? I piloti Alitalia sono uguali.” Sarà necessario probabilmente per i dipendenti adeguarsi agli standard di lavoro richiesti da una compagnia aerea normale, e presumo che questo porterà nuovi scioperi e disservizi, per non parlare poi dei tagli all’organico che porteranno alla mobilitazione dei sindati e alle polemiche.
Di fatto il bivio è tra il risanare la compagnia compiendo scelte difficili, o il rinviare il problema continuando a parlare di italianità, a rimaner sotto il ricatto dei sindacati e a ripianar i debiti della società con soldi pubblici.
Tags: alitalia
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26 dicembre 2007
Pur consapevole di essere un blogger di serie minore, non posso esimermi dal fare almeno un post con una classifica di fine anno. In questo caso si tratta degli album che ho apprezzato maggiormente nel 2007. Da notare che, in parte a causa della mia memoria non così solida, non tutti gli album sono stati pubblicati nell’anno corrente, e soprattutto potrei aver dimenticato qualche elemento notevole.
Italiani:

Moltheni – Toilette Memoria, Splendore Terrore (Cantautore crepuscolare)

Verdena – Requiem (Non mugugnate, a me piacciono)

Patrizia Laquidara – Funambola, Indirizzo portoghese (Ho un debole belle voci femminili)

Daniele Luttazzi – School Is Boring, Money for Dope (Lui è un genio, punto.)

Canadians – A sky with no stars (Bel sound, e poi sono veronesi)
Stranieri:

Kaiser Chiefs – Yours Truly Angry Mob, Employment (il ritorno del brit-pop)

Artic Monkeys – Favourite Worst Nightmare (Rivalutati)

Radiohead – In Rainbows (Qualche punto in più per l’uso del web)

Patrick Wolf – The Magic Position, Wind in the Wires (Eccentricamente malinconico)

Emilie Simon – Végétal (una piccola Bjork in divenire?)
Tags: 2007, classifica, Suoni
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24 dicembre 2007
Apprendo da Mantellini di un’inchiesta di un giornalista di Liberazione, Davide Varì, riportata sul sito di Repubblica.
L’oggetto di questa inchiesta è un gruppo di persone, formato prevalentemente da religiosi e psicologi di orientamento ultracattolico, che offre ai gay che ne sentono il bisogno una cura per l’omosessualità. Il percorso specifico attraversato dal giornalista ha visto nell’ordine un incontro iniziale con un prete e con un docente di psicologia dell’università gregoriana, tale Tonino Cantelmi. Seguono un test di 600 domande ed il vero e proprio periodo di terapia psicologica, durato sei mesi.
Tralasciando il fatto che un’ipotetica terapia di rieducazione sessuale tenuta da preti e psicologi cattolici me l’immagino abbastanza grottesca.
Tralasciando i rischi. Un eccesso di rieducazione non avrebbe comportato il rischio di farlo tornar etero, ma pedofilo? O padre di famiglia col vizietto del trans?
Tralasciando pure che non credo che una persona civile in uno stato civile dovrebbe considerare l’omosessualità come una malattia.
Considerando che questo Tonino Cantelmi pare che si sia occupato della cura della dipendenza da internet, sempre dal suo punto di vista di luminare ultracattolico. Non posso non pensare al mio amico Manu che in un suo periodo negativo (il sintomo maggiore era l’internet addiction) sia stato “aiutato” da un gruppo di frati di Assisi. Ora anche lui è un frate.
Saranno coincidenze, o forse sono loro a cercar di plasmare le persone in conformità ai precetti ed ai bisogni della loro religione.
Ci son momenti in cui esser ateo è decisamente un sollievo.
Tags: cattolicesimo, omosessualità, psicologia
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22 dicembre 2007
La settimana scorsa come al solito ho comprato la mia copia di Internazionale e ho iniziato a leggerla tornando in treno a casa da Brescia. La rivista era quella di tutte le settimane con ottimi articoli selezionati da varie testate estere, tuttavia per una volta ha attirato la mia attenzione lo stringato editoriale del direttore Giovanni de Mauro.
L’argomento al centro di quella breve colonna di testo era una ricerca commissionata dal Wall Street Journal su come gli abitanti di vari stati (sedici paesi europei, gli Stati Uniti e l’India) si pongono nei confronti del futuro. La cosa che mi ha colpito è che dai risultati pare che solo il 35% degli italiani cerchi il conforto di familiari ed amici per superare le proprie preoccupazioni, contro una media europea del 47%. Il 40% addirittura afferma di affrontare da solo le sue paure.
Questo mi sembra abbastanza in contrasto con l’immagine di bamboccioni che ci viene attribuita quotiodianamente dai media e dagli opinionisti. Forse se gli italiani ricorrono così spesso all’aiuto dei genitori e lasciano tardi il nido famigliare non dipende tanto da una scelta, bensì da una necessità della quale farebbero ben volentieri a meno.
Tags: bamboccioni, internazionale, ricerca, wall street journal
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